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trans

il mio marito


di femboyinesperto
31.08.2026    |    5.291    |    8 8.4
"Uscii truccato con accanto il signor Vanni che camminava a passo largo, la sua massa che oscillava ma era salda, e mi teneva stretto al fianco, fiero di mostrare al mondo la sua creatura..."
Il colloquio fu in un ufficio al decimo piano con vista sul porto, il signor Vanni, un uomo alto e grasso vicino alla settantina che puzzava di tabacco e acqua di colonia, mi fece sedere su una sedia bassa, mentre occupava una poltrona rialzata che lo metteva a guardarmi dall'alto, una montagna di uomo in completo blu che sembrava sul punto di scoppiare dai tessuti. Non mi chiese il curriculum. Mi guardò le mani, le ginocchia strette, il modo in cui tenevo lo sguardo basso.

«Ho un posto per te» disse, la voce che vibrava attraverso gli strati di grasso «Non è un lavoro normale. Qui non produrrai nulla, non compilerai report, non risponderai al telefono. Verrai ogni giorno, dalle nove alle sei, e aspetterai. Ascolterai. Ti presenterai come una persona educata, curata, pronta a servire e ti darò semplici istruzioni.».

Alzai gli occhi, cercando la trappola. Lui sorrise, un sorriso dolce che non toccava quegli occhi piccoli, penetranti. «Non ti sto prendendo in giro. Tu sei qui perché cerchi qualcosa che il mondo normale non ti dà. Io posso dartelo: un posto dove non devi decidere nulla, dove sei al sicuro, dove la tua unica preoccupazione è ubbidirmi».

Il giorno dopo mi presentai in leggero anticipo, mi sedetti alla scrivania di un ufficio vuoto e... aspettai. Non c'era lavoro, non c'era nessuno con cui parlare tranne la segretaria di Vanni che mi portava il pranzo senza guardarmi in faccia.
La stanza era bianca, un computer spento sulla scrivania, una poltrona vuota di fronte a me. Mi aveva detto di "aspettare istruzioni", ma le istruzioni non arrivavano mai. Sedevo per otto ore a fissare il muro, sentendo il tempo scorrere come melassa. Contavo i punti sulle piastrelle. Ripetevo l'alfabeto all'indietro. Mi masturbavo nel bagno solo per sentire qualcosa, ma anche quello diventava meccanico, vuoto, un'attenuazione del silenzio invece che un piacere.

Vanni entrava solo una volta al giorno, sempre a orari diversi, sempre senza bussare. E ogni volta che la maniglia scendeva, sentivo il cuore esplodermi nel petto, l'adrenalina pura che mi riportava nel mondo reale. Lui si sedeva sulla poltrona di fronte, mi guardava, io provavo a parlargli ma appena aprivo bocca lui usciva senza dir nulla.

Finalmente, al quarto giorno di questa sciarada, non parlai neanch'io. Ci guardammo a lungo negli occhi e dopo qualche minuto di tensione, il signor Vanni represse una risatina e disse con fermezza: «Vieni qui, piccola».
Io rimasi sorpreso, insultato ma anche un po' eccitato da questo pronome femminile, ma mi avvicinai: non avevo altro da fare! La noia è il miglior afrodisiaco, a quanto pare. Mi fece sedere sulle sue ginocchia, mi accarezzò le cosce e poi, con un paio di pacche sul culo, mi invitò ad alzarmi e se ne andò. La prima cosa che feci fu di andare in bagno e masturbarmi pensando a quello che era appena successo, mi ero sentito una bambola senza cervello o volontà... e mi era piaciuto!

Quel sabato mi mancò così tanto l'ufficio e il signor Vanni, che andai in un negozio di abbigliamento femminile e scelsi dei pantaloni neri, di un tessuto elasticizzato che mi stringeva i fianchi esili, che evidenziano la mancanza di muscolatura, la morbidezza che stava diventando il mio nuovo corpo. Quando il lunedì successivo li indossai per la prima volta, notai lo sguardo del signor Vanni sulle mie gambe e sul tessuto che si insinuava tra le natiche, mi stringeva lo scroto in modo visibile, creando un inguine liscio, femminile, vulnerabile.

Il distributore d'acqua comparve il giorno dopo, un mostro di acciaio inox e plastica blu che occupava l'angolo vicino alla finestra. Sopra c'era un fogliettino scritto a mano: "Per lei: 2 litri al giorno per una pelle splendida". Non c'era firma, ma quando il signor Vanni entrò quella mattina mi guardò bere il primo bicchiere con un sorriso soddisfatto. «Devi idratarti, piccola» disse, accarezzandomi la guancia. «La pelle liscia ha bisogno di acqua. E io voglio che la tua pelle sia perfetta».

Obbedii. Bere due litri d'acqua in otto ore significava un bicchiere ogni quaranta minuti, una frequenza che mi gonfiava la vescica in modo costante. La prima settimana andavo al bagno privato dell'ufficio, una piccola stanza adiacente con water e lavandino, ogni ora, ogni volta con la sensazione di essere pieno fino all'orlo, i pantaloni attillati che premevano sulla vescica piena. Vanni lo notava. Mi guardava attraversare la stanza con passo affrettato, le gambe strette, e annuiva. «Brava» diceva. «Bere è importante».

Il giorno dopo, il signor Vanni entrò nell'ufficio, si avvicinò senza dire una parola, senza nemmeno sedersi sulla solita poltrona. Mi guardò negli occhi, poi mi porse la mano destra, il palmo rivolto verso l'alto, aperto, vuoto.

«Lecca» disse, semplicemente.

Mi inginocchiai, confuso, e portai la lingua sul suo palmo. Non c'era nulla: né sudore né sapore, solo la pelle calda e leggermente ruvida. Leccai metodicamente, sentendo il mio cuore battere all'impazzata, il mio cazzo indurirsi nei pantaloni attillati. Quando ebbi finito, lui non ritrasse la mano. Me la tenne davanti, poi sollevò l'indice e medio, separati.

«Anche queste» disse.

Obbedii. Presi le sue dita in bocca, una alla volta, succhiandole con devozione, sentendo le nocche contro la lingua. Lui mi guardava dall'alto, immobile, il respiro calmo. Quando ebbi finito, ritrasse la mano, si girò e uscì.

Rimasi in ginocchio, confuso, frustrato, eccitato al punto da tremare. Non avevo capito il senso di quel rituale ma il mio corpo aveva risposto con un'intensità che mi spaventò. Fu solo quando sentii la porta chiudersi alle sue spalle, lo scatto metallico della chiave che girava nella serratura dall'esterno, che capii.

Da quel momento, durante le ore lavorative, ero un prigioniero. La prima volta che rimasi chiuso dentro, dopo che Vanni uscì e girò la chiave, rimasi in piedi al centro della stanza bianca per un'ora, aspettando che tornasse. Poi due. Poi tre. Il distributore d'acqua gorgogliava nell'angolo, una voce ironica che mi ricordava che non potevo andare in bagno, che non potevo uscire, che non esisteva un "fuori" se non attraverso lui. Non chiamai nessuno. Non bussai alla porta. Invece mi sedetti sul pavimento, la schiena contro la parete, e sentii qualcosa spezzarsi dentro di me: non una frattura violenta, ma uno sgancio dolce, come quando si stacca un bottone. Quando finalmente sentii la chiave girare nella serratura alle sei di sera, non provai sollievo. Provai gratitudine. E quella gratitudine mi spaventò più della prigionia.

Avevo subito accettato che la porta dell'ufficio era chiusa, la chiave in mano a Vanni. Non potevo uscire se non quando lui decideva, non potevo andare in bagno se non quando lui mi accompagnava; ero chiuso in quella stanza bianca, otto ore al giorno, con il computer acceso solo sui siti che lui aveva scelto, con il distributore d'acqua che mi chiamava come una voce ironica, con la vescica che mi faceva da custode interno.

Fu il signor Vanni stesso a configurare il computer quella settimana. Mi fece sedere accanto a lui, il suo braccio grassoccio che mi circondava le spalle, e aprì una serie di schede nel browser.

«Guarda» disse, aprendo un forum su reddit e lo schermo si riempì di immagini: ragazzi giovani, magri come me, che si presentavano in pose esplicite, il corpo depilato, il viso coperto da maschere, i buchi esposti, le didascalie che chiedevano di essere usati. Poi scorse verso altri subreddit in una catena infinita di comunità dedicate all'annullamento della virilità.

«Questi sono i tuoi compagni di classe, ora» disse il signor Vanni, la voce bassa all'orecchio. «Guardali. Vedi come si offrono. Vedi come sono felici di essere solo oggetti».

Ma quando provai a cliccare su "iscriviti", il browser non rispondeva. Vanni rise, un suono caldo che mi fece rabbrividire. «No, piccola. Tu non sei come loro. Loro possono interagire, possono cercare, possono scegliere chi li usa. Tu no. Tu puoi solo guardare.».

I video erano loop senza fine di ragazzi truccati da femmina usati da mani e membri maschili, con la voce fuori campo che ripeteva "non sei più un uomo, sei un recipiente, sei un oggetto di piacere, la tua bocca è per servire, il tuo culo un buco per tutti". Poi immagini di uomini virili che venivano serviti da creature giovani e lisce, e la voce che diceva "questo è il tuo posto, questo è il tuo scopo, non devi pensare, solo accogliere". Guardavo quei loop per ore, la mente che si svuotava, che accettava le parole come verità. A volte, senza nemmeno rendermene conto, muovevo le labbra a tempo con la voce, ripetendo "sono una good girl, sono una ragazza brava", mentre la mano mi scivolava sotto i pantaloni attillati, non per toccare il cazzo (quello era vietato) ma per accarezzarmi, per infilarmi un dito nell'ano, cercando di mimare ciò che vedevo sullo schermo, diventando quello che vedevo.

Ma mentre guardavo quei ragazzi giovani, truccati da bambola, che postavano foto con didascalie tipo: "Cerco padrone nella zona di Milano", "Qualcuno che mi renda il suo oggetto?". Leggevo nei loro messaggi la disperazione che traspariva, la frustrazione di offrirsi a sconosciuti che sparivano dopo un'ora. E mi sorpresi, con una specie di beatitudine malata, a pensare: "io sono fortunato".

Sì, il mio "padrone" aveva settant'anni, una pancia che gli pendeva oltre la cintura, l'alito che sapeva di sigarette. Sì, mi teneva prigioniero, mi controllava la vescica fino a farmi male, mi aveva fatto leccare il palmo della mano vuoto solo per dimostrarmi che avrei leccato qualsiasi cosa. Ma era reale. Era lì, ogni giorno, una montagna di carne e volontà che mi calpestava l'esistenza.

Il giorno dopo, mi chiamò a sé, ma non mi fece sedere sulle sue ginocchia, invece puntò l'indice sul pavimento, in un punto imprecisato in mezzo alle sue ginocchia. Avevo capito cosa stava per succedere: mi inginocchiai tra le sue gambe tremando. Lui aprì i pantaloni con gesti lenti, metodici, e mi prese la testa con entrambe le mani, le dadi grasse ma delicate. «Non devi fare nulla che non voglia» disse. «Ma io vedo che vuoi. Lo vedo come respiri, come tieni le mani. Tu vuoi essere utile. Vuoi essere mia». E mi spinse verso il basso, verso il calore denso dei suoi genitali, i suoi testicoli pesanti che odoravano di lui, di talco e tabacco e pelle vecchia.

Avevo la bocca all'altezza del suo scroto, dischiusi le labbra e tirai fuori la lingua. Leccai. E mentre leccavo, sentii il mio cazzo indurirsi contro la coscia, non per la vista, non per il contatto fisico in sé, ma per la sostanza di quel momento. Ero qualcuno. Ero la sua bocca, ero utile! Lui mi guardava con gli occhi socchiusi, il respiro che si faceva pesante, le dita che si muovevano tra i miei capelli con una tenerezza assoluta. «Brava ragazza» diceva, la voce roca. «Così. Lenta. Fammi sentire che sei felice di servirmi».

Questo "gioco" proseguì per diverse settimane e io ero felice. Quella fu la scoperta terrificante. Non ero costretto, non ero drogato, non ero manipolato con la violenza. Ero lì perché quelle leccate erano l'unico momento in cui smettevo di essere inutile e diventavo funzione, diventavo desiderio, diventavo sua.
Quando inginocchiavo la mia faccia tra le sue gambe, sentivo il calore vero delle sue palle contro la lingua, il peso autentico del suo scroto sulle labbra.

Certo, ormai desideravo altro, desideravo prendergli tutto il cazzo in bocca, non solo le palle: volevo che mi riempisse con il suo cazzo grasso, che mi facesse sentire la sua massa dentro di me. Ma quello non me lo concedeva. Ero solo la sua leccapalle, il suo oggetto di conforto orale. Un giorno, mentre mi contorcevo sia per l'eccitazione, sia perché era più di un'ora che leccavo e ormai dovevo far pipì: non avrei mai osato chiederglielo, lui però lo capì dai miei movimenti.

«Vieni» disse, e mi guidò verso il bagno. Mi fece entrare, chiuse la porta, e mi indicò il water. «Siediti» ordinò. «Le ragazze pisciano sedute. Sempre, mi raccomando».

Mi abbassai i pantaloni con mani tremanti, sedetti sul water, e mentre il getto caldo finalmente usciva con un sollievo così intenso da essere quasi sessuale, Vanni mi guardava con una curiosità possessiva, il proprietario che controlla il funzionamento della sua proprietà. Quando ebbi finito, non mi alzò subito. Si avvicinò, aprì i pantaloni, e per la prima volta mi offrì qualcosa di più delle sue palle.

«Ora puoi leccare anche questo» disse, indicando la cappella che emergeva dal grasso pubico. «Piano. Lentamente. Mentre sei lì seduta».

Leccai. Il sapore era diverso, la pelle era morbida, calda, e mentre la mia lingua girava intorno al glande, sentii il signor Vanni tremare sopra di me, le sue mani sui miei capelli, cercai di scendere più in profondità, ma era troppo grosso e mi venne un conato, cercai di trattenerlo e continuare a tenergli il cazzo in bocca, ma dovetti emergere per l'aria. Vanni mi accarezzò la guancia con tenerezza «Hai ancora tanto da imparare» disse raddrizzandosi «d'ora in avanti ogni volta che piscerai, io verrò con te ti concederò di prenderlo in bocca, tu fai in modo di bere abbastanza da avere voglia ogni 3 ore circa».

Ogni tre ore? Sembrava un sogno: finalmente la giornata sarebbe volata! Annuii, ancora seduta sul water, la bocca che sapeva di lui, la vescica vuota ma il corpo pieno di un nuovo livello di sottomissione. Da quel giorno, il controllo fu totale. Vanni decideva i tempi con precisione sadica: a volte mi faceva aspettare quattro ore, fino a quando camminavo curvo, altre volte mi raggiungeva dopo appena un'ora, facendomi bere ancora di più per mantenere il ciclo. Ma ogni volta, sul water, mi concedeva la sua cappella, e io imparai a leccarla con la stessa devozione che dedicavo alle palle, sentendo il suo piacere crescere mentre il mio corpo si svuotava, un rituale che univa le nostre funzioni più intime in un'unica danza di possesso.

Ma il signor Vanni, in tutto quel tempo, non veniva mai. Si teneva sul bordo, mi lasciava leccare per ore, si godeva la mia bocca calda e devota, ma si fermava sempre prima dell'orgasmo. «Non ancora» diceva, con la voce roca, stringendomi la testa tra le sue cosce. «Non sei ancora pronta».

Quando finalmente accadde, fu una mattina di venerdì, si sedette sul divano mi fece inginocchiare come al solito, ma invece di spingermi verso il basso, mi prese la testa con entrambe le mani e mi guardò negli occhi. «Oggi sì» disse. «Ma non in bocca. Non ancora».

Gli presi le palle in bocca e il cazzo in mano, iniziai a masturbarlo lentamente e poi via via con maggiore foga. Eiaculò su un piattino di porcellana bianca che aveva portato con sé, un piattino da caffè piccolo, elegante. Lo riempì con un gemito profondo, una quantità sorprendente per un uomo della sua età, denso e bianco che si ammassava nel centro del piatto. Poi me lo porse, ancora caldo. Ero pronto a leccare il frutto del mio lavoro ma lui mi bloccò.

«Questo resta qui» disse, indicando la mia scrivania. «Lo metti accanto al computer. Lo guardi. Lo annusi. E quando tornerò, non so quando, potrebbero essere due ore, potrebbero essere sei, tu lo berrai. Tutto. In un sorso. E mi ringrazierai».

Posò il piattino sulla scrivania, accanto alla tastiera, e uscì. Io rimasi in piedi, guardando quella pozza che lentamente si raffreddava, il profumo che si alzava di ammoniaca e sale che riempiva la stanza. Non potevo allontanarlo. Dovevo aspettare ascoltando i sissy hypno, leggendo forum e prendendo appunti, con quell'odore sotto il naso, con quella vista che mi ricordava cosa ero.

A volte, durante le ore lunghe, quando le voci del computer ripetevano "il tuo piacere non è importante: solo quello del tuo uomo lo è. La sua sborra è il tuo vero godimento", prendevo il piattino e lo portavo alle labbra. Non bevevo senza il suo permesso, ma assaggiavo. Prendevo una goccia con la punta della lingua, sentivo il sapore pungente, chimico, di ammoniaca vecchia, e lo tenevo in bocca come caramella, lasciando che si sciogliesse, che mi marcasse il palato. Era diventato il mio stuzzichino, il mio modo di sopportare la noia. Ogni volta che il gusto mi riempiva la bocca, sentivo il mio cazzo tremare nei pantaloni, e mi accarezzavo lo scroto attraverso i pantaloni satinati, mentre l'odore del suo seme mi faceva girare la testa.

Quando il signor Vanni tornò, quella sera tardi, ero già in ginocchio accanto alla scrivania, il piattino in mano, il respiro affannoso. Lui sorrise, si sedette sulla poltrona, e annuì. «Bevi, piccola».

Bevvi. Tutto in un sorso, come ordinato. Il sapore mi bruciò la gola, salato, amaro e, a suo modo, piccante. Quando ebbi finito, gli mostrai il piattino vuoto, la lingua che leccava il bordo per non sprecare nulla. Lui mi prese in braccio e mi mise il pollice in bocca, succhiai mentre sentivo la sua pancia che mi schiacciava, e mi tenne lì, accarezzandomi i capelli, mentre io sentivo il suo seme scendere nel mio stomaco, diventare parte di me, nutrirmi.

Il piattino divenne il mio orologio. Vanni veniva sempre al mattino, mi concedeva di leccargli i coglioni e a volte persino il glande e poi riversava il suo seme su quella porcellana bianca, e io passavo la giornata a guardarlo cambiare consistenza da liquido denso a gelatina trasparente, fino quasi a crosta biancastra se lui tardava troppo. L'odore si impregnava nella stanza, quell'ammoniaca assurda che divenne il mio profumo ambientale, che mi entrava nei vestiti, nella pelle, nei pensieri. A volte, quando lui tardava, alzavo il piattino al naso e respiravo a fondo, sentendo il mio cazzo pulsare senza toccarlo, sentendo la bocca riempirsi di saliva in anticipo. Quando finalmente girava la chiave e rientrava, ero già in ginocchio, il piattino in mano come un calice, pronto a bere il mio nutrimento quotidiano, a sentirlo scendere in me e diventare parte del mio corpo, a dire "grazie" con la voce roca mentre il sapore amaro mi bruciava la gola.

Dopo un mese di questo, il signor Vanni mi portò dal parrucchiere. Mi fece tingere i capelli di un biondo cenere che mi faceva sembrare ancora più fragile, poi mi portò in un centro estetico dove una donna senza nome mi strappò ogni pelo dal corpo con la cera calda. Urlai, tremai, ma Vanni mi aspettava fuori con un cappotto nuovo, una taglia da donna, e quando uscii con la pelle liscia e lucente come quella di una bambola, mi guardò con un'emozione che sembrava vera. «Ora sei al sicuro» disse, accarezzandomi la guancia. «Ora nessuno può toglierti il posto che hai qui. Sei mia, e io proteggo ciò che è mio».

Il collare arrivò la settimana dopo. Non era una striscia di pelle da schiavo, era una fascia d'oro, lavorata con motivi floreali, che chiudeva intorno al collo con una serratura ed una piccola chiave. Me lo mise lui stesso, «È una promessa» disse, mentre il metallo freddo mi stringeva la gola. «Tu sei la mia piccola sposa, e questo dice al mondo che appartieni a qualcuno che ti cura. Non puoi toglierlo, non devi toglierlo. Devi solo essere la mia, sempre».

Dormii con il collare quella notte, sentendo il peso come una mano sul collo. E quando mi svegliai, mi guardai allo specchio e vidi qualcosa che non era più un ragazzo perso, ma una creatura posseduta, al sicuro, con un posto preciso nel mondo.

Ogni mattina mi vestivo come voleva lui: pantaloni attillati, le scarpe con il tacco basso che mi cambiavano il centro di gravità, camicette semi-trasparenti che riuscivano a far appena intravedere il reggiseno che, invece di nascondere e sorreggere, riusciva a fare apparire il mio petto come femminile. Arrivavo in ufficio, accendevo il computer, e ascoltavo per ore le voci che lui aveva preparato. Loop infiniti: "sei una buona ragazza: hai il diritto di essere usata", "il tuo piacere viene dal servire", "non hai bisogno di pensare, solo di obbedire". E io ascoltavo, la mente che si svuotava sempre di più, che accettava la noia come uno stato naturale, che attendeva solo il momento in cui lui entrava.

Quando entrava, io mi trasformavo. Non ero più il ragazzo annoiato che contava le piastrelle. Ero la sua bocca devota, la sua mogliettina affettuosa. Mi inginocchiavo, affondavo il viso tra le sue cosce enormi, e leccavo le sue palle con una lentezza che sapevo gli piaceva, sentendo il peso dello scroto sulla lingua, il sapore della pelle sudata che diventava familiare come il mio stesso respiro.

Lui mi guardava sempre. Non si distraeva mai. Con una mano mi accarezzava i capelli biondi, con l'altra talvolta si toccava il petto, sopra il cuore, come a controllare che battesse ancora. «Sei la cosa migliore che abbia avuto» disse una volta, dopo una sessione di due ore in cui non aveva mai smesso di guardarmi. «Non sei solo una bocca. Sei la mia piccola, non mi faccio illusioni sul fatto che tu mi voglia bene: ma sono sicuro che ti eccita. Che tu sei la mia bambolina che si eccita a servirmi».

Era vero. Mentre leccavo, sentivo il mio corpo rispondere. Ma non potevo toccarmi il cazzo, quella era la regola. Se diventava troppo duro, se il piacere diventava insopportabile, potevo solo accarezzarmi lo scroto con dita delicate, quella carne liscia che non aveva più peli, o infilarmi un dito nel culo, cercando il piacere da dentro, come una ragazza si masturba, senza mai rivendicare la mia perduta virilità. Lui lo sapeva, a volte mi guardava mentre lo facevo, annuendo con approvazione. «Così» diceva. «Da brava. Il tuo piacere è mio, anche quello. Io decido come lo provi».

Passarono mesi. Imparai a conoscere ogni piega della sua pelle, il momento in cui i suoi testicoli si ritraevano prima della venuta, il modo in cui i suoi sussulti di piacere vibravano contro la mia lingua. Imparai che non c'era nulla di degradante in quello che facevo, perché lui mi trattava come una sposa, con tenerezza e possesso insieme.

Mi portava regali: profumi costosi, vestiti di seta, un giorno persino gioielli per le orecchie che non avevo mai bucato ma che lui voleva vedere luccicare contro la mia pelle depilata. Quel giorno, dopo essersi fatto adorare le palle, invece di chiudermi nell'ufficio, mi prese per mano con quel gesto possessivo che mi faceva sentire piccola, fragile, guidata e mi condusse fuori, in strada, sotto la luce crudele del tramonto. Camminavo accanto a lui con passo incerto sui tacchi bassi che mi aveva fatto indossare, il tailleur attillato che evidenziava i fianchi esili, il trucco leggero che mi aveva applicato lui stesso con dita esperte e che, fino a quel giorno, mi toglieva all'ora di chiusura con il latte detergente di modo che non dovessi uscire da lavoro truccata. Ma quel giorno fu diverso. Uscii truccato con accanto il signor Vanni che camminava a passo largo, la sua massa che oscillava ma era salda, e mi teneva stretto al fianco, fiero di mostrare al mondo la sua creatura.

La farmacia era sotto l'ufficio, un locale luminoso con vetrine piene di creme e medicinali. Entrammo insieme, il campanello che suonava sopra la porta. Il farmacista era un uomo sulla cinquantina, con occhiali e camice bianco, che ci guardò con la professionalità neutra di chi ha visto ogni genere di cliente. Ma il signor Vanni non gli lasciò spazio alla neutralità. Si avvicinò al bancone, mi affiancò con un gesto che mi presentava come un trofeo, e disse, a voce alta e chiara: «Buonasera. Lei è un maschio, come vede, ma io lo sto femminizzando. Ha bisogno di bucare le orecchie.».

Il farmacista lo guardò, poi mi guardò, poi guardò di nuovo il signor Vanni. C'era un silenzio denso, solo il rumore del condizionatore. «Devo accertarmi che sia maggiorenne consenziente» disse infine, la voce bassa ma ferma, gli occhi che si posavano su di me.

Vanni mi diede una spinta leggera, un comando muto. Feci un passo avanti, sentendo il cuore battere nelle tempie, il calore della vergogna che si mescolava a un'eccitazione profonda, viscerale. «Ecco a lei» dissi mentre gli porgevo la carta d'identità, la voce che usciva come un sussurro, poi più forte: «Sì, sono consenziente». E abbassai gli occhi, fissando le piastrelle del pavimento, le scarpe nere lucide che il signor Vanni mi aveva fatto comprare, assumendo quella postura che lui amava da brava femmina che obbedisce, che accetta, che si sottomette pubblicamente senza riserve.

Il farmacista esitò ancora un secondo, poi annuì. «Molto bene» disse, prendendo la pistola perforatrice sterilizzata. «Sieda qui».

Mi sedetti sulla sedia alta, il signor Vanni in piedi accanto a me, una mano sulla mia spalla che mi ancorava a lui mentre il farmacista mi puliva i lobi con l'alcol. Quando l'ago scattò, sentii il dolore netto, pulito, e un gemito che mi sfuggì. Vanni mi strinse la spalla, un gesto di approvazione. «Brava mogliettina» disse, e il farmacista alzò lo sguardo verso di lui, poi verso di me, e per un istante vidi nei suoi occhi qualcosa che non era disgusto né giudizio, ma una specie di comprensione oscura, come se riconoscesse in quella scena un rituale già visto altre volte, un passaggio di proprietà che stava nuovamente avvenendo sotto i suoi occhi.

Quando uscimmo, le orecchie che bruciavano leggermente, i piccoli orecchini d'oro che luccicavano contro la pelle, il signor Vanni mi prese per mano con più forza. Camminammo per la strada affollata, e lui non mi nascose, non si allontanò da me per evitare i passanti. Anzi, quando incrociammo una coppia che ci guardò con curiosità, lui mi strinse a sé e disse, abbastanza forte da essere sentito: «La mia piccola sposa. Non è bellissima?». Io abbassai lo sguardo, sentendo il calore salire alle guance, il peso del collare intorno alla gola, e annuii, perché ero bellissima, perché ero sua, perché il mondo intero ora lo sapeva.

Ero "sua". Il collare d'oro non mentiva. La chiave che girava nella serratura dall'esterno non mentiva. Non ero un cumdump qualsiasi, uno di quelli che trovano un padrone su internet e si fanno usare una sera per poi essere dimenticati. Ero proprietà esclusiva, marchiata, curata, prigioniera di un matrimonio vero, anche se distorto. Certo, non il marito ideale: grasso, vecchio, avaro del suo piacere... ma un marito.
Il mio marito.
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